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Avrebbero gestito le prostitute nei boschi di Varallo: rischiano 4 anni

Avrebbero gestito le prostitute nei boschi di Varallo: rischiano 4 anni

A processo per una storia di minacce e violenza

Ultimo aggiornamento: 13 Maggio alle ore 08:00

Avrebbero gestito le prostitute di nazionalità albanese che “lavoravano” nei boschi di Varallo Pombia: i tre fratelli ora rischiano una pena di 4 anni.

Avrebbero gestito le prostitute nei boschi

Rischiano 4 anni di carcere ciascuno i tre fratelli albanesi residenti a Novara accusati di gestire una tratta internazionale di connazionali che, una volta giunte in Italia, venivano avviate all’attività di prostituzione. Alla sbarra Eriselda, Naim e Rodrin Selimaj, rispettivamente di 36, 29 e 24 anni. Secondo l’accusa avrebbero messo in piedi un giro di prostituzione appunto, che sarebbe avvenuto, di giorno, ai margini della statale 32, nei boschi di Varallo Pombia e nell’area di Malpensa. Un giro che avrebbe procurato loro parecchi soldi.

I fatti

I fatti risalirebbero agli anni scorsi. Le indagini avevano preso il via nel 2014 all’indomani di un controllo, a quanto pare casuale, eseguito dalle forze dell’ordine nel Novarese. Una delle giovani donne fermate aveva raccontato alla polizia di far parte di un racket gestito dai fratelli Selimaj. Alle vittime sarebbero state procurate sim card telefoniche, vestiti, trucchi e tutto il materiale necessario per gli incontri di carattere sessuale. Gli accertamenti successivi – anche con appostamenti lungo la strada statale di Varallo Pombia – avevano permesso agli inquirenti di far venire alla luce quel giro composto da “soggetti pericolosi e violenti”, come riferito da una delle lucciole ascoltate a suo tempo.

Una storia di costrizioni e minacce

Ed erano emersi alcuni particolari. Le vittime, per esempio, erano costrette a versare al trio di albanesi tutto quello che guadagnavano dalle prestazioni hard coi clienti e, nel caso in cui avessero sgarrato, venivano minacciate e picchiate. Queste, almeno, le accuse rivolte a Eriselda, la presunta procacciatrice, e nei confronti di Naim e Rodrin: il primo, individuato come il capo, addetto a incassare quotidianamente il denaro, il secondo a passare eventualmente alle vie di fatto, in caso di mancata consegna. Una storia di costrizioni, minacce e botte, finita sui banchi del tribunale di Novara. Il processo, iniziato nell’inverno del 2018 e tuttora in corso di svolgimento, dovrebbe andare a sentenza a metà maggio. Nel corso della sua requisitoria il pubblico ministero Francesca Celle ha chiesto per ciascuno degli imputati la condanna a 4 anni di reclusione e mille euro di multa, mentre per gli avvocati difensori Paolo Mastrosimone e Sara Celestino non ci sarebbe nulla di provato (e gli imputati hanno respinto gli addebiti). La parola passa al giudice.

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